La Foca Monaca del Mediterraneo - sintesi delle conoscenze e segnalazioni recenti per il Golfo di Trieste e il Mare Adriatico



William Klinger¹ & Fabio Perco²

¹ Centro ricerche storiche di Rovigno. klinger.william@gmail.com
² Stazione Biologica Isola della Cona – Riserva Nat. Foce dell’Isonzo.  fabio.perco@gmail.com


La Foca Monaca del Mediterraneo Monachus monachus
(Hermann, 1779)
- sintesi delle conoscenze e segnalazioni recenti
per il Golfo di Trieste e il Mare Adriatico

 

 


Premessa.

La Foca monaca del Mediterraneo non era stata sino ad ora segnalata con certezza nel Golfo di Trieste, da Pirano (Piran, in Slovenia) alla Foce del Tagliamento, dove si presume fosse presente o, quanto meno, comparisse in passato. Questa specie è tuttavia nota per essere residente, anche se attualmente rarissima, nelle acque della vicina Dalmazia sin da epoche remote (Bruno, 1976). Il presente lavoro riporta alcune osservazioni inedite per l’area di Duino, presso Trieste e riassume i dati storici e recenti.

Distribuzione e consistenza attuale

La Foca monaca del Mediterraneo è considerata “in pericolo critico” (CR = Critically Endangered), vale a dire gravemente minacciata d’estinzione, dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature). Se nel 1978 Sergeant et. al. stimavano una consistenza compresa tra 5000 e 1000 esemplari in tutto, allo stato attuale si ritiene che non esistano più di 600 soggetti (Johnson et. al. 2006 ).
I nuclei di Foca monaca più consistenti e vitali sembrano essere quelli delle isole greche dell’Egeo (circa 170 ind.), delle coste meridionali della Turchia (circa 100 ind.: Güçlüsoy et. al. 2004), e delle isole greche dello Ionio meridionale (almeno 30 individui). Complessivamente la popolazione del Mediterraneo orientale dovrebbe aggirarsi pertanto attorno ai 300 individui, in aumento. Si stimano 30 cuccioli nati ogni anno a cui si aggiungono piccoli nuclei scoperti di recente (Dendrinos et. al. 2008).
Nel Mar Nero la specie si estinse nel corso del XX secolo. L’ultimo esemplare in Crimea venne ucciso nell’estuario del fiume Chernaya nel 1933. Nel delta del Danubio gli ultimi individui vennero avvistati nel 1950 (Heptner & Naumov 1996). Essendo il Mar Nero anossico in profondità, la specie sembrava essere molto legata all’ambiente estuariale.
Oltre al Mediterraneo orientale la specie è presente nell’Atlantico, con la colonia maggiore a Cabo Blanco in Mauritania dove, fino al 1996, erano dati per presenti 317 individui, poi crollati a circa 130 a seguito, sembrava, di una intossicazione da alghe (Aguilar, A., L.M. González and L.F. Lopez-Jurado. 1998) ovvero a causa di una epidemia da morbilli-virus (Ross, P.S., 1995). Tale popolazione oggi appare in fase di recupero, con una media di 50 nuovi nati per stagione riproduttiva (Cedenilla & de Laminoa 2006). Una popolazione separata, di una trentina di individui, è inoltre presente sulle isole Desertas, nell’arcipelago di Madeira (Pires & Neves, 2001).
Il Mediterraneo occidentale è la regione dove la specie è oggi maggiormente in difficoltà, con qualche decina di esemplari al massimo presenti tra Marocco, Algeria e Libia (UNEP/MAP, 2005). Durante il Novecento la Foca monaca come specie residente sparì dalla Francia continentale (dove si concentrava soprattutto sulla costa provenzale e di Marsiglia (Duguy & G. Cheylan 1980), dalla Corsica (1986), e dalla Sardegna che, assieme alla costa pugliese, fu l’ultima roccaforte della specie in Italia (Di Turo, 1984). Ciononostante negli ultimi anni alcuni esemplari sono stati osservati nelle Baleari, Sardegna, Sicilia, Puglia, Arcipelago toscano, spingendosi nel 2010 a nord fino a Portofino.

Osservazioni recenti nel Nord Adriatico e presso Trieste.

A partire dal 2000 si è registrato un numero crescente di osservazioni nell’area della costa adriatica orientale, da Rovigno (Rovinj) in Istria e in Dalmazia. La specie è stata avvistata con particolare frequenza nella località Capo Promontore (Premantura), a sud di Pola (Pula) e la costa occidentale delle isole di Cherso e Lussino (Cres – Lošinj) nel golfo del Quarnero (Antolović, et. al., 2009). L’isola di Cherso è anche il locus classicus della specie, descritta a Strasburgo nel 1779, sulla base di un esemplare ivi catturato (Hermann, 1779). In varie immagini, già altrove pubblicate (Antić & Vehar, 2005; Emanuele Coppola ined.; Gianni Pecchiar ined.), risalenti alla fine del 2004 e agli anni successivi è, ad esempio, ben documentata la


Fig. 1. Foca Monaca di sesso femminile, fotografata da G. Pecchiar (Trieste) a Capo Promontore (Rt Kamenjak - HR) nel febbraio 2011. Si tratta del medesimo soggetto osservato in precedenza.

 Fig. 2. Foca Monaca di sesso femminile, fotografata da G. Pecchiar (Trieste) a Capo Promontore (Rt Kamenjak - HR) - Sono visibili i segni di probabile interazione con un maschio.
 


regolare presenza di almeno un soggetto adulto e di sesso femminile nelle acque prossime a Capo
Promontore. Da testimonianze oculari e numerosi documenti fotografici e filmati si ipotizza che alcuni soggetti siano presenti in quest’ultima area (non meno di 4 o 5 sinora, secondo Jasna Antolović e collaboratori), distante, via mare, appena 125 km circa dalla Costiera triestina. In particolare, secondo l’opinione di Emanuele Coppola, responsabile del “Gruppo Foca Monaca”, e sulla base della documentazione fotografica raccolta da Gianni Pecchiar di Trieste, l’esemplare adulto più volte osservato (incluso il mese di febbraio 2011), presenta i segni di schermaglie amorose consistenti in varie cicatrici sul capo e soprattutto sul dorso e pinne, presumibilmente provocate da un maschio; inoltre esisterebbero indizi di una possibile gravidanza portata a compimento (E. Coppola com. pers.). Va sottolineato che la specie è d’altro canto notoriamente capace di effettuare lunghi spostamenti, come indicherebbero anche le recenti osservazioni nelle Baleari e a Portofino, zone caratterizzate da assenza di nuclei riproduttori conosciuti e/o accertati.

Fig. 3. Foto scattate, senza teleobiettivo, da una coppia di turisti da Trento (signori Bonet) tra Pola / Pula e Capo Promontore / Premantura in località Verudela.  (Antić & Vehar, 2005).

Monachus monachus - Premantura (Pula - HR) - foto Bonet

Monachus monachus - Premantura (Pula - HR) - foto Bonet

Monachus monachus - Premantura (Pula - HR) - foto Bonet


Per la Costiera triestina riportiamo, qui di seguito, alcune segnalazioni da noi raccolte:

-  Marco Lazzari di Trieste (com. pers., 2009) riporta di avere osservato un esemplare di Foca monaca nel Golfo di Trieste nel mese di luglio o agosto (il dato non è preciso) del 1999, in una zona di mare situata approssimativamente tra il porticciolo di Santa Croce e la Baia di Sistiana.

-  Riccardo Varisco, (com. pers., 2010) pescatore professionale residente in Duino; riporta di avere osservato, con altri testimoni, l’ingresso di una foca nella baia omonima circa due anni prima in tarda primavera. Inoltre, stando ai ricordi di suo padre nell’immediato dopoguerra, “le foche facevano la loro comparsa regolare in costiera ed entravano nella baia di Duino”. La specie era dunque ben nota e presente in zona, dato a nostro avviso di grande rilevanza, mai riportato prima.

-  Gabriella Mazzalors col marito Aldo Frausin, avvistano a metà settembre 2008, un animale (Costa dei Barbari, poco frequentata in quel periodo) che, nuotando a meno di 50 m da riva, si dirige verso Miramare. La signora crede si tratti di un cane, ma guardando meglio lo identificano come una foca, sia per la forma tondeggiante della testa che per il fatto di non nuotare verso riva. Assieme a loro era presente un amico che conferma non trattarsi di un cane. L'avvistamento avviene in condizioni di luminosità buona e dura almeno 2-3 minuti.

-  Isabella Stoppani di Trieste, nella seconda metà di luglio 2009 (verso il 20) con altre due persone a bordo, avvista dalla barca “una foca” in mare, presso gli allevamenti di mitili (le cosiddette “pedocere”) al largo di Duino.

-  Paola Alberi di Duino (Trieste) riferisce una ulteriore importante e ben documentata notizia relativamente a un soggetto da lei stessa “osservato molto bene”, a un paio di metri di distanza, nel novembre 2008, mentre l'animale stazionava parzialmente immerso nell’acqua in una grotta del litorale roccioso appena a est del porto di Duino, nelle vicinanze del Vecchio Castello. Riportiamo testualmente la testimonianza da noi raccolta (Alberi, 2010, e-mail):

nel novembre 2008 tornata da una vacanza andai in giardino di notte, ore 21 circa, per prendere delle cose che avevo dimenticato, ero in compagnia con una mia amica e sentimmo un rumore di soffio tipo bombole da sub molto forte proveniente dalla grotta prospiciente il mare e, pensando che fosse un ladro.. presi una torcia e illuminai l'angolo della grotta a sinistra in basso guardando il mare e, con grande stupore, vedemmo due splendidi occhi rotondi e dei lunghi baffi. Era una Foca! La corporatura era media come un grosso cane e nero / grigio. Al fascio di luce, ci guardò e si tuffò in mare. Non la vidi più purtroppo. Posso dire che, essendo bassa marea, si era accovacciata sul terrapieno di roccia che in tal caso emerge e credo, abbia approfittato del silenzio e della quiete perchè avevo lasciato la casa abbandonata per qualche tempo”.

Duino, falesie (TS) - foto P. Alberi

Fig. 4. Nella foto (P. Alberi): la grotta nella quale è stata osservata la foca, in prossimità del Porto di Duino, appena a Est del Vecchio Castello, presso la località nota ai locali come “Dama Bianca. La grotta presenta una apertura anche in direzione della villa retrostante.

Duino, falesie (TS) - foto F. Perco

Fig. 5. Veduta aerea di un settore della Costiera triestina inserita nella.“Riserva Naturale della Falesie di Duino” dalla Regione Friuli – Venezia Giulia (legge regionale 42/96). Foto F. Perco. Si tratta di un’area apparentemente idonea alla presenza più o meno occasionale della foca, anche per la presenza di una spiaggia poco frequentata e di una grotta con apertura subacquea e una spiaggetta interna di vari metri di lunghezza (G. Zanchi, com. pers.)

Dati storici nell’area istro - dalmata; denominazione e toponimi nelle lingue locali.

La Foca monaca del Mediterraneo era giudicata sempre più rara nell’Adriatico già alla fine del ‘700 (Klinger, 2010). Nel 1774 L’abate Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia scriveva che: “I vitelli marini rare volte si mostrano nel Canale del Primorie, ma non infrequentemente si possono vedere presso le foci di Narenta. Eglino amano i fondi interrotti da scogli ed isolette, per uscire all’aria sovente; e quindi spesse volte se ne incontrano lungo le coste dell’Istria, e fra le Isole del Quarnaro. Gli abitanti del litorale attribuiscono a questo anfibio una grandissima propensione alle uve, e protestano asseveramente, che in tempo di notte egli esce a succhiare i grappoli pendenti delle viti nella stagione opportuna“ (Fortis, 1774).Gli faceva eco nel 1780 Pietro Nutrizio Grisogono, da Traù (Trogir), il quale scriveva che “I vitelli marini, che nel secolo scorso s’incontravano di sovente, sono divenuti oggidì rarissimi. Nelle tenute dello stato di Ragusa si vedono comparire talora non senza rilevante discapito delle vigne e dell’uve” (Grisogono, 1780.). Dell’abitudine della foca di andare di notte nei frutteti e vigneti per nutrirsi esistono numerose citazioni per la Dalmazia, la Liguria, la Corsica e l’Africa del nord. Si riporta ad esempio che vari esemplari sarebbero stati catturati nei vigneti, sembra anche a notevole distanza dal mare (Bruno, 1976; Johnson, 1998).

Gli animali catturati sulla sponda orientale dell’Adriatico venivano spesso condotti a Venezia dove esistevano persone specializzate nella esibizione al pubblico che non di rado nelle loro tournée si spingevano fino in Francia e Germania. Sembra si trattasse di una attività abbastanza diffusa che in Turchia si conservò ancora fino all’inizio degli anni ’70 e fu probabilmente il motivo principale della scomparsa della specie nel Mar Nero (Johnson, 2004). Fu in questo modo che esemplari di Foca monaca furono trasportati nell’Europa settentrionale dove alcuni studiosi poterono notare la differenza rispetto alla specie simile maggiormente diffusa altrove in Europa, la Foca comune (Phoca vitulina). La Foca monaca, a differenza di quest’ultima, appariva – a quanto pare - più facilmente addomesticabile, il che spiegherebbe il frequente impiego di tale specie per esibizioni in Francia e Germania, dove le foche comuni sono numerose. La relativa rarità della Foca monaca faceva si che non vi fossero molti esemplari disponibili allo studio finché a Strasburgo, a fine ottobre del 1778, giunse un gruppo di veneziani che esibivano un esemplare maschio. Johann Hermann, uno scienziato alsaziano, che conosceva le foche comuni del nord, si accorse che si trattava di una specie nuova, sconosciuta alla scienza. I proprietari lo assicurarono che si trattava di un “vitello marino” essendo in tal modo chiamate a Venezia. Stando al proprietario l’animale era stato catturato nell’autunno del 1777 “ad Ossero”, toponimo allora utilizzato per l’intera isola di Cherso. Il pescatore che lo aveva catturato affermava trattarsi di un vecchio esemplare a cui gli isolani avevano dato la caccia per molti anni. Effettivamente l’animale esaminato da Hermann, presentava i segni di maltrattamenti subiti, tra cui alcune vecchie ferite d’arma da fuoco e addirittura un proiettile conficcato sopra l’occhio destro. Un secondo animale, una femmina, fu catturata con le reti nello stesso periodo e fu spedita in giro per l’Europa da un altro gruppo della stessa compagnia di ambulanti.

La descrizione della specie fu pubblicata nei Beschäftigungen der Berlinischen Gesellschaft Naturforschender Freunde di Berlino nel 1779 e Hermann, ispirato dal colore del mantello bruno scuro del soggetto maschio e da altri elementi decise di chiamarlo Münchs-Robbe - Phoca monachus (visto da dietro sembrava non dissimile da un monaco nel senso che la sua testa liscia e rotonda sembrava una testa umana coperta da un cappuccio, e le sue spalle, con le corte zampe sporgenti, come due gomiti che spuntassero dallo “scapolare”; Hermann, 1779). Un nome che, successivamente, egli scoprì non senza stupore essere simile a quello già in uso presso le popolazioni di Marsiglia. Tale nome, secondo il dalmata Brusina, trova eco nella versione italiana di “monaco marino” che a Lissa diventa “morski fratar” che potrebbe avere origine tanto dal colore scuro del mantello dei maschi che dalle abitudini solitarie e legate alle grotte. La seconda analisi scientifica è del Buffon che, ignorando il lavoro di Hermann, descrisse la specie indipendentemente come Phoque a ventre blanc (Phoca albiventer - Buffon, 1782). Anche il soggetto esaminato dal Buffon proveniva "dall'isola di Guarnero" (per Quarnero – Kvarner). La stretta corrispondenza spazio temporale tra le catture infuse il sospetto nel Cuvier che i due naturalisti avessero descritto lo stesso soggetto che, a detta del Hermann, stava per essere donato al re di Francia a Parigi. In realtà, ad un’attenta lettura delle due descrizioni ci si accorge che si trattava di animali diversi per il loro aspetto, misure e abitudini (Johnson, 2004). A Cherso la cattura delle foche, probabilmente già praticata da secoli ma con scarso successo a causa dei mezzi limitati a disposizione, doveva alla fine aver preso piede, come attestato anche da una stampa del 1776.


Fig. 6. Incisione esistente presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano relativa ad un soggetto catturato a Cherso il 17 febbraio 1776.

Si tratta di una incisione tuttora inserita come foglio volante nella copia dell’opera di U. Aldrovandi De piscibus libri V et De cetis lib. unus, 1638 (1661) conservata nella biblioteca del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, segnatura RAR A 70. Sono riportate in particolare a stampa le seguenti parole:
Focca, o sia Manet lunga Palmi 9, e grossa Palmi 6; fu presa da tre Ragazzi li 17 Febraro 1776 nella pma Isola del Quarnero in Cherso, quello che rende maraviglia che nel corso di quindeci giorni si rese la stessa ubbidiente al suo Padrone. Si è veduta in Venezia nella Quadragesima.

Il secondo nome “Manet” si riferisce al Lamantino, che si trova sullo stesso volume dell’Aldrovandi e che deve essere stato usato dall’incisore. In questo modo si è provocata altra confusione ma, per fortuna, il dato non ha avuto seguito nella letteratura scientifica! Ringraziamo il personale della biblioteca del museo di Milano che ha consentito l’esame e la riproduzione della copia originale ad uno di noi (Klinger). La stampa in questione era stata notata già da Luigi Cagnolaro (poi direttore del Museo) che, a sua volta, la segnalò a Silvio Bruno, il quale la riprodusse nel lavoro del 1976.

In pochi anni 1776-8 furono catturate non meno di 3 foche nella sola isola di Cherso, forse a causa di una ben orchestrata campagna da parte veneziana che ne fecero letteralmente incetta per esibirle in giro per l’Europa. La foca era peraltro attivamente perseguitata da parte dei pescatori in quanto specie “competitrice” e per di più responsabile di danni a reti e nasse. Secondo il Fitzinger, una foca venne catturata a Cherso nel 1815 e ancora un’altra nel 1830. Entrambe furono condotte come attrazione in Germania (Fitzinger, 1860). Il Museo di storia naturale di Trieste possiede vari reperti e soggetti, tra i quali almeno uno da Cherso (soggetti citati da Cornalia, 1870, tanto come Phoca vitulina che come Phoca monachus, sulla base di informazioni avute dal Trois di Venezia) e l’altro nella primavera del 1874 catturato a Trstenik (sulla penisola di Sabioncello - Pelješac). L’ultima uccisione certa per il Quarnero risalirebbe al 1914 quando un esemplare fu ucciso e fotografato presso la lanterna di Cherso (Bressi com. pers. 2010). A partire dell’Ottocento diversi esemplari finirono nelle collezioni dei musei. Così nel 1810 un soggetto (maschio) proveniente dal mare Adriatico fu condotto vivo a Torino dove finì imbalsamato al Regio museo (Brusina). Il Cuvier descrisse la prima femmina della specie, sempre proveniente “dalla Dalmazia”, dove venne catturata nel 1811 (Cuvier 1813).

Dopo il 1830 vari esemplari furono catturati in Dalmazia. Il Menis a Zara nel 1848 scriveva che: “Il vitello marino non è molto frequente. Può facilmente addomesticarsi ed essere transportato altrove per servire di spettacolo e trastullo ai curiosi. Ordinariamente vien data la caccia a questo animale, non già per l’utile che può ricavarsi dalla sua pelle, ma per poterlo esporre vivo in mostra ne’ paesi lontani dal mare. La sua dimora in tempo di notte sono le grotte submarine, e queste facilitano la sua cattura, che riuscirebbe altrimenti difficilissima per non dire impossibile” (Menis, 1848). Quindi l’abitudine delle foche a nascondersi sempre nei stessi covi e negli stessi habitat ne causò anche la rovina in quanto squadre di cacciatori potevano compiere incursioni notturne nelle grotte che si sapeva fornire riparo. Tali tecniche furono usate nel Mar Nero in Turchia fino a pochi decenni fa. Il Petter nel 1857 scriveva che non più di 1 o 2 foche venivano catturate in Dalmazia ogni anno.

Nella seconda metà dell’Ottocento le catture si concentrano sull’Adriatico meridionale, rimasto la roccaforte della specie. Riccardo D'Erco (1813-1871; citato da Županović, 1966) nel suo manoscritto “Pesca del corallo” riporta che “Nelle acque di Lissa tanto rinomate per la pesca di sardelle e allo scoglio di S. Andrea trovasi anche Focche marine che certamente debbono arrecare non poca inquietudine alle sardelle e ciò nell’estate quelle non si allontanano da quelle acque”.

Il primo bilancio sulla specie nell’Adriatico lo diede il Brusina nel 1889 che la considerava senz’altro rara nel nostro mare tanto da considerare “urgente” una sua cattura allo scopo di procurare una pelle da imbalsamare per il Museo di storia naturale di Zagabria. All’epoca, come si è detto, era ancora opinione comune che nell’Adriatico vivesse la Foca comune (Phoca vitulina) e lo stesso Brusina fu costretto a compiere notevoli sforzi per dimostrare che, dato che non vi erano prove della sua esistenza nel Mediterraneo, tantomeno la si poteva considerare presente nell’Adriatico.

La confusione sulla presenza di Phoca vitulina in Adriatico, che durò fino alla fine del ‘800, era da ascriversi secondo questo autore appunto al nome popolare di “Vitello marino” (Brusina, 1889). Così il Partsch nel suo lavoro sul terremoto che colpì l’isola di Meleda (Mljet, in Croazia) riportava sia Phoca Monachus che Phoca Vitulina come abitanti rari dell’isola (Partsch, 1826.). Il Nardo riportava la presenza di Phoca Vitulina come dubbia e in ogni caso rarissima (Nardo, 1854; 1860). Il Lorenz nel suo magistrale lavoro sulla biologia del Quarnero, invece, riconosceva solo la presenza della Phoca Monachus (Lorenz, 1863). La presenza della Phoca vitulina venne acriticamente accettata anche dai contemporanei studiosi croati, p. es. il Klaić, il quale, accanto al “Vitello di mare” (che egli classifica come Phoca vitulina) cita il Pelagius Monachus (Klaić, 1878).

Carlo de Marchesetti, che operava presso il Museo di storia naturale di Trieste, invece, riferiva a Brusina come nella primavera del 1874 fosse stata uccisa una femmina di Phoca vitulina a Trstenik in Dalmazia (sulla costa meridionale della penisola di Sabbioncello): soggetto conservato presso il citato museo. Sempre il Marchesetti scriveva nel 1876 nella sua Descrizione dell’isola di Pelagosa, (Palagruža), passata da poco all’Austria, che: “Anche le foche marine (Phoca Vitulina) pare non vi sieno rare, ed un seno a levante della piccola Pelagosa, porta appunto il nome di Baja dell’Orso, dalle foche che usano visitarlo” (Marchesetti, 1876). Il console d’Inghilterra a Trieste, Richard Francis Burton (notissimo esploratore e linguista), che lo accompagnò nel viaggio, nel suo poderoso saggio riferisce che, di tanto in tanto, un “orso di mare” (sea–bear) entra nella baia a nord ovest della Piccola Pelagosa ma poi nella nota (pag.187) specifica “ The common seal (Phoca Vitulina), by the Slavs called Medved, and the Italians Orso di Mare: in Portoguese Madeira it becomes Lobo de Mar, or”sea-wolf” (Burton, 1879). Il console inglese a Fiume, G. L. Faber, dal canto suo, menziona sempre la Phoca Vitulina affermando che: “only single specimens are caught at Ragusa but not further north.” Mentre per il Pelagius Monachus dice che: “Frequents the reefs of the Dalmatian coast, where it is not uncommon. Bay of Carin” (Faber, 1883).

Solo nella seconda metà del 800 il (Giglioli, 1880) finalmente riconosceva come il Pelagius Monachus fosse l’unico pinnipede del Mediterraneo. Evidentemente a Trieste la confusione durò ancora per qualche anno finché nel 1882 lo stesso Marchesetti scrisse a Brusina ammettendo l’errore: “io credo che la Phoca Vitulina sia molto dubbia per l’Adriatico, citandosi la sua presenza nel nostro mare, unicamente sull’esemplare supposto dal nostro museo (che successivamente venne classificato come Monachus monachus giovane e quindi più piccolo e di colore chiaro il che lo fece inizialmente considerare Phoca Vitulina) e sopra un teschio esistente in quello di Venezia, del quale però, secondo il Trois, sarebbe del pari sospetta la provenienza. Così anche il Giglioli l’omette nel catalogo dei vertebrati italiani. In questo riguardo si viene facilmente tratti in errore dai pescatori, i quali parlano sempre delle foche, denominando parecchie baje da loro frequentate (seno dell’Orso = medviak); il che successe anche a me pure, che in base a tali asserti le dissi frequentare l’isola di Pelagosa, mentre vi si deve intendere non la foca ma il pelagio” (Brusina, 1889).

Lo sfortunato nome di “Pelagio”, che ebbe a causare tanta confusione, venne introdotto da Frédéric Cuvier (fratello del più noto Georges, padre della paleontologia) nel 1826 (Cuvier 1824), dopo aver descritto per la prima volta un esemplare femmina nel 1813, come risposta alla designazione del genere Monachus fatta dall’inglese (Fleming, 1822) e che infine venne adottata. Del resto notava il Brusina, la specie non era strettamente pelagica ma anche litoranea, e il nome Monachus ricordava la denominazione “moine” usata in Francia, ma anche nell’Adriatico (Brusina, 1889). Visto che i resoconti dei testimoni nell’Adriatico usavano il nome di “vitello marino” o di “foca”, ogni segnalazione di “foche” fino al 1882 per il Marchesetti era da ascriversi automaticamente alla sola specie Phoca vitulina! La confusione perdurò a lungo, come attestato da notizie successive relative ad altre aree del Mediterraneo (Leonardi, 1896).

Nell’Adriatico, stando al Brusina, le popolazioni di lingua italiana chiamavano la Foca monaca “Vedello marin”, “Vecchio marin” (Venezia e Trieste) in Dalmazia “Videlo marin” (“Bue marino” spesso lungo le coste italiane), “Vecio marin”, “Orso marin”, “Foca” ecc. Le popolazioni slave invece lo chiamavano soprattutto “Orsa di mare” (morska medvjedica) ma anche “Uomo di mare” (morski čovik), cui fa eco il tipico nome veneto di “Vecio marin” - caso interessante di antropomorfizzazione che può suggerire una antica radice totemica. A Rovigno in particolare la foca era nota come “Vecio marin”, o “Viecio marein”. Sulla presenza della specie a Rovigno testimonia anche il Benussi (Radossi, 2008) che menziona il “Bus de Badina” che, secondo il Tommasini (1650), era anche noto come “Bus del viecio marein”. Si sa per certo che un “vitello marino” fu ucciso “presso Rovigno in Istria” nel 1722 ma, sempre secondo il Benussi, anche in tempi a lui più vicini vi “stavano dei vitelli marini, che attesi con reti alla bocca in certi tempi se ne pigliano, i quali son poi trasportati a Venezia ed altrove vivi servono per spettacolo curioso”. Le catture in zona dovettero essere ancora abbastanza frequenti nell’800 visto che sempre il Benussi affermava che il Vecio marin era il nome locale “col quale i pescatori chiamavano certi vitelli marini che a mia ricordanza ne furono colà o in siti prossimi veduti e ammazzati con archibugio” (Radossi, 2008). E’ pertanto possibile che la località di Orsera (Vrsar in croato), presso Rovigno, area costiera rocciosa, ricca di insenature, isolotti e spiagge, decisamente meno idonea ad ospitare l’Orso bruno (peraltro frequente a non grande distanza nell’Istria interna e in Dalmazia) tragga il suo antico nome dalla presenza storica di tale specie. Il nome “Orso di mare” è del resto utilizzato anche sulla costa turca (Johnson, 1998). In Italia la specie è stata denominata “Bove di mare” (Alto Tirreno; “Foca”, “Bai” e “Vitellu marinu” in Sardegna; “Foca marina” in Calabria; “Vacca di mare” o “Bove di mare” in Sicilia; “Bue marino” e “Foca bianca” in Puglia. Numerose grotte “del Bue marino” sono menzionate per svariate località: non meno di 4 in Sardegna (la più famosa delle quali, oggi sito molto frequentato dai turisti in estate, nel Golfo di Orosei); una in Sicilia sull’isola di Filicudi; una in Puglia a S. Domino (Isole Tremiti). Nel Salento, in Puglia, esistono inoltre una “Grotta della Foca” ed una “Caverna della Monaca” (Di Turo, 1983 – 84).

Va sottolineato che siti dove i toponimi indicano la presenza dell’ “orso” (in lingua croata: medvjed, medvid, medjed), “vecchio di mare” o del “vitello di mare” sono in genere proprio quelli dove la specie tende oggi a fare ritorno. Pertanto, la schedatura dei toponimi relativi alla specie su scogli e piccole isole assume una grande importanza sia dal punto di vista culturale che della conservazione della specie.

Il declino.

Sulla base dei dati in suo possesso il Brusina, nel 1889 poteva concludere che la specie era ormai confinata nelle isole dell’Adriatico meridionale mentre sulla costa continentale la si poteva ancora incontrare nei pressi di Ragusa, particolarmente in primavera e nelle acque circostanti la penisola di Sabbioncello (Pelješac o Stonski rat). Verso il 1870 un esemplare giovane venne catturato sull’isola di Calamotta (Koločep) nell’arcipelago delle Elafiti presso Ragusa . Anni addietro ne venne catturata una a Župa nel “agro di Ragusa, intenta a mangiar le uve”. Nel 1878 o 1879 sempre a Sabbioncello vennero uccisi ben tre esemplari di cui una femmina gravida finì al museo di Ragusa. Un cacciatore di Gravosa (Gruž) ancora presso Ragusa sparò ad un esemplare presso l’isola di Daksa all’imboccatura della foce del fiume Ombla (Rijeka dubrovačka). Sempre in zona presso le Bocche false (Veli Vratnik) il 10 maggio 1885 venne ucciso un esemplare di 2.50 m. (Brusina, 1889). Invece la specie restava presente anche nell’Adriatico settentrionale: nel settembre 1894 due esemplari furono avvistati nel tratto di costa tra Segna (Senj) e S Giorgio (Sveti Juraj). (Borovszky, 1900). Il Civico Museo di Storia Naturale di Trieste possiede la più grande collezione di reperti di Foca monaca in Italia, segno indiretto della relativa frequenza della specie nell’Adriatico fino a tempi recenti (Nicola Bressi com. pers.).

1914 - Foto archivio Museo Civico S. N. Trieste
Fig. 7 - Foca Monaca uccisa presso la Lanterna di Cherso (Cres - HR) nel 1914; foto archivio Museo Civico S. N. Trieste.

Šime Županović in un importante lavoro di sintesi pubblicato nel 1966 fa il punto sulla situazione della specie nell’Adriatico nel Novecento. Citando il Hirtz (1964) per il periodo successivo a quello trattato dal Brusina tra il 1886 e il 1926 stimava furono uccise nell’Adriatico complessivamente circa 15 foche monache. Nell’autunno del 1908 venne uccisa una a Makarska, ceduta al Museo Nazionale della Bosnia Erzegovina di Sarajevo. Il naturalista zaratino Mihailo Katurić nel 1910 riportava che nel 1907 a Zaton presso Sebenico venne catturata una femmina di 180 e peso 130 kg in una tonnara. L’anno seguente allo stesso modo venne catturato un maschio di 200 cm e 180 kg. I pescatori invece di venderlo al museo di storia naturale di Zara (di cui Katurić era direttore) preferirono mostrarlo a pagamento in pubblico. Katurić ne approfittò per condurre alcuni “esperimenti” e notando, come già Mauro Orbini nel ‘600, che all’animale la musica piaceva (Županović, 1966).

Se dal 1926 al 1963 le segnalazioni di catture e avvistamenti appaiono molto più frequenti questo stando al  Županović è dovuto soprattutto a causa del maggiore interesse del pubblico. Nel 1926 a Zuri (Žirje), un’isola situata di fronte alla costa dalmata a ovest di Sebenico, fu preso un esemplare giovane di 1 m e 30 kg . Nel 1928 un esemplare fu ucciso a Mokošica nel fiume Ombla presso Ragusa, segno che le foche per alimentarsi risalivano anche i fiumi. Nello stesso anno un esemplare fu catturato in una grotta dell’isola di Busi (Biševo), lungo 3 m e pesante circa 300 kg, che fu poi consegnato al Museo di storia naturale di Spalato. A Sabioncello fu catturata una giovane femmina lunga 130 cm nel 1930, consegnata al Museo di storia naturale di Spalato. Nel 1933 fu preso un adulto nelle Bocche di Cattaro; nel 1934 sempre nel Montenegro un grosso esemplare di 260 cm e ben 340 kg di peso sul isola di Katić presso Petrovac nella costa tra Budua e Antivari. Un esemplare di oltre 2 m e 200-250 kg venne catturato vivo sull’isola di S Andrea, condotto a Spalato (caso unico!) fu liberato nel 1940. Nel 1955 a Mulunat presso Ragusa un esemplare finì impigliato nella rete di un pescatore. La consistenza numerica della popolazione di foche era stimata nel 1955 a poco più di una ventina di capi; nel 1959 si registrò un leggero incremento con la presenza di 30 individui, 10-12 dei quali appartenenti ad una colonia dell’Isola di Lissa (Di Turo, 1984).

Nel 1962 testimoni oculari riferivano allo Županović che un esemplare adulto fu ucciso nella grotta detta Medvidina sull’isola di Busi (Biševo), e l’anno successivo un altro. La grotta sull’isola di Busi (“busi” in veneto ha il significato di buchi, attribuito al sito in questione per il gran numero di grotte visibili in superficie) è l’ultimo sito riproduttivo certo per la Croazia e l’autore (Županović, l.c.) la visitò nel 1952 trovandovi le tracce degli animali nella spiaggia che si trovava in fondo alla grotta profonda più di 100 m. Questa, del 1963, si considerava l’ultima uccisione confermata e l’ultimo segno di presenza certa nell’Adriatico. In realtà anche da vari studi appare che la specie veniva avvistata regolarmente anche dopo gli anni ’60. Nel 1964 nella baia di Mezoporat sempre sull’isola di Busi, Vlado Jezovšek di Lubiana avvista 2 foche e, sempre secondo lui, la baia di Žuljana a Sabbioncello era abitata da una famiglia di foche. Gli ultimi avvistamenti di esemplari isolati si ebbero nel 1965 nei pressi di Lagosta (Lastovo) sull’isolotto Kopišta e a Meleda (Mljet), dove, sembra, nel 1965 su una spiaggia fu rinvenuto un teschio recante il foro di un proiettile. Županović, scrivendo nel 1966, stimava una popolazione di circa 15-20 esemplari in tutto l’Adriatico, compresa la costa pugliese.

Silvio Bruno (1976), in uno studio molto documentato sulla situazione della specie nell’Adriatico, la considerava ancora presente sebbene “rarissima e in declino”. In realtà anche da vari studi appare che la specie veniva avvistata regolarmente anche negli anni successivi (Antica, et al 1994). Uno di noi (Perco) ricorda di avere raccolto dai pescatori di Lagosta testimonianza della presenza rara, ma, secondo gli informatori, accertata, della specie in quest’ultima località, durante alcune visite effettuate negli anni 70’. Analogamente sull’isola di Cherso sono state raccolte testimonianze dalla viva voce di un pescatore professionale a suo tempo residente a Caisole (Beli), sulla sua presenza ancora, almeno, negli anni ’50 - 60. Un soggetto sarebbe stato osservato dal pescatore in questione (Jure) alle prime luci del mattino, appena fuori dall’acqua, su una spiaggetta di una baia sottostante la Sella di Predošćica.

Un’inchiesta finalizzata a sondare l’atteggiamento e il giudizio dei pescatori sulla “nocività” della specie per la loro attività fu condotta nel periodo 1982-3 dalla facoltà di veterinaria di Zagabria (Gomerčić et al., 1984). I pescatori contattati provenivano da quelle zone dove gli avvistamenti accertati erano più frequenti preferibilmente anziani di cui si sapeva che avevano avuto incontri con l’animale. Dei 139 pescatori intervistati la maggioranza aveva incontrato la foca almeno una volta nella vita nei due decenni precedenti. La maggior parte degli intervistati proveniva dalla Dalmazia meridionale (in particolare dall’isola di Lagosta). L’unico gruppo random era costituito da residenti a Zagabria che da molti anni passava le vacanze sulla penisola di Sabbioncello. Le segnalazioni dall’Adriatico settentrionale erano sporadiche (un caso a Cherso e a Veglia) ma questo forse riflette un bias dei ricercatori secondo i quali la parte settentrionale caratterizzata da fondali più bassi e fangosi appariva meno adatta alla specie, Secondo gli autori citati le coste meridionali, essendo caratterizzate da una costa rocciosa molto più frastagliata, offrivano riparo e una maggiore pescosità. Oggi sappiamo che non è così in quanto da più recenti indagini risulta che la specie frequentava volentieri anche aree lagunari o di foce fluviale con bassi fondali fangoso–sabbiosi, probabilmente disertati a seguito delle persecuzioni. Ciò che conta è l’accessibilità delle prede piuttosto che la loro abbondanza in termini assoluti.



Tabella 1. Sintesi del questionario del 1983 sugli avvistamenti della Foca monaca sulla costa adriatica croata a cura di Antica et al., 1994.

Gli autori concludevano che la specie era presente con colonie attive fino alla fine degli anni '60. Dopo il 1970 gli avvistamenti divennero sporadici e confinati alle isole remote. Dopo il 1980 la specie era considerata estinta nell'Adriatico a parte qualche individuo accidentale o in migrazione. In realtà, stando a Gomerčić & Huber, una popolazione di foche rimase presente nei pressi dell’isola di Pago almeno fino ai primi anni ’80 ma, per motivi conservazione, il dato fu tenuto nascosto.

Nel settembre del 1993, un gruppo archeologico internazionale presente sull’isola di Pelagosa storicamente una delle roccheforti della specie, avvistò un esemplare che vi sostò per più giorni. Tale evento spinse Gojko Antica, Đuro Huber, Hrvoje Gomerčić a rifare un’intervista mirata (1993-1994) a pescatori dalmati da cui risulta che la specie fu sempre avvistata fino agli anni ’90. Stando a tale indagine, su 109 pescatori 60 avevano avuto contatti con la foca almeno una volta nella loro vita. Tre di loro fino al 1960, 14 nel periodo 1960. - 1969, 16 nel periodo 1970 - 1979, 20 nel periodo 1980 - 1989 e 7 dal 1990. al 1994. Gli avvistamenti erano più frequenti in epoca recente per il semplice fatto che per gli avvistamenti vecchi la probabilità che andassero dimenticati o che i testimoni fossero deceduti era ovviamente maggiore. Per lo stesso motivo, le foche venivano avvistate con maggiore frequenza nella bella stagione, quando si passavano più ore in mare. Infatti, il massimo numero di avvistamenti si verificava in agosto (52%), meno di tutto a novembre e dicembre (0%), il dato è ovviamente da ricondursi con i diversi livelli di attività e presenza dei pescatori in mare (Antica et al. 1994).

Anche secondo Jasna Antolović (1998), tuttavia, la specie non era mai scomparsa dall’Adriatico. La sua tesi, frutto di ricerche sul campo e interviste ai pescatori, venne in un primo tempo attaccata da una parte del mondo accademico croato ma fu poi ampiamente confermata da segnalazioni ben documentante, con materiale fotografico e filmati, a partire dall’estate 2005, specie in Istria a Capo Promontore e a Cherso. Sono inoltre recentemente circolate alcune voci sulla possibile presenza di foche di altre specie sfuggite alla cattività (Đuras Gomerčić et al., 2005), in particolare con riferimento alle isole Brioni. Da una recente indagine da noi effettuata tali voci appaiono totalmente infondate.

Dati storici per la Puglia.

Per quanto riguarda la costa adriatica occidentale ed in particolare la Puglia, Paola Di Turo (1983 – 84; 1984;) riassume una serie di importanti dati che attestano la presenza della specie in alcuni tratti di costa e nelle isole Tremiti. Si tratta in buona parte di informazioni raccolte nell’ambito di una indagine denominata “Niphargus 1983” e condotta a cura della Sezione Speleobiologica Pugliese sotto la guida di P. Parenzan. I dati in questione vengono sintetizzati e schematicamente esposti nelle seguenti tabelle, con alcune aggiunte derivanti da notizie raccolte da Roberto Basso (com. pers.; 1989) e parzialmente inserite in un articolo di Mastragostino (1989).


Tab. 2 - Osservazioni per le Isole Tremiti dal 1958 al 1983 (Di Turo, 1983 – 84;).


Tab. 3 - Osservazioni per la Costa Pugliese dal 1958 al 1988 (Di Turo, 1983 – 84, Mastragostino, 1989).

Secondo i pescatori locali intervistati nel 1982, la Foca monaca si faceva ancora vedere, solo nel periodo autunnale, presso l’isola di San Nicola e, con maggiore frequenza, in prossimità dell’isola di Pianosa, poco distante da Pelagosa in Dalmazia (Di Turo, 1984).

Ai dati sopra esposti andrebbero aggiunte altre segnalazioni più recenti, come ad esempio quella riportata da Basso (1989), riferita alla osservazione di un esemplare presso S. Maria di Leuca l’11 e il 26 ottobre del 1989 e di una ulteriore segnalazione per Bari risalente al 30 ottobre del medesimo anno. Un soggetto in avanzato stato di putrefazione è stato anche reperito dai volontari della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) lungo la costa presso Brindisi nel dicembre del 1995 (Il Quotidiano: 29.12.95)

Alcune note sul comportamento.

Il comportamento della specie, vista la sua attuale elusività e rarità, è tuttora assai poco conosciuto. L’alimentazione è prevalentemente composta da polpi, seppie, grossi crostacei e pesci ma è probabile che le differenze regionali e stagionali abbiano un notevole peso. Studi recenti sembrano indicare infatti nella Foca monaca del Mediterraneo un predatore opportunista che si adatta alle fonti alimentari più diverse a seconda delle disponibilità stagionali e locali, compiendo anche incursioni nelle reti, nasse, parangali o negli allevamenti di piscicoltura. L’esame recente di due stomaci ha rivelato un contenuto prevalente di Cefalopodi, pari a circa il 90 % del peso umido totale delle prede. In tal caso è risultata rilevante la componente in Sepia officinalis ed Eledone moschata, rispettivamente presenti col 37,69 e 37,10 % del peso totale. La presenza di quasi il 20% in biomassa attribuibile a Bathypolypus sponsalis, specie batibentica, presente nel Mediterraneo spesso a profondità considerevoli (oltre i 100 m. ed anche oltre i 400 m, con maggiore frequenza ed abbondanza) rappresenta un elemento nuovo che apre interessanti ipotesi sulle capacità da parte di questa specie di raggiungere elevate profondità (Salman et. al., 2001). Tale punto di vista assume particolare rilevanza alla luce di alcune evidenze raccolte a carico della specie simile vivente nelle isole Hawaii (Monachus schauinslandi - Matschie, 1905) di cui un esemplare sarebbe stato ripreso in movimento esplorativo a una profondità pari a ben - 543 m. (NOAA, 2003).  Nelle zone indagate dell’Egeo si evidenzia nella dieta una prevalenza di Cefalopodi (Octopus vulgaris, Eledone sp., Sepia officinalis) che da soli costituiscono circa il 50% delle prede, corrispondenti tuttavia al 67 % della biomassa. Per quanto riguarda i pesci questi corrispondevano al 33 % in peso umido totale delle prede, con prevalenza di Sparidae di scarso valore commerciale ma con presenza di specie anche importanti sotto tale profilo e talora oggetto di allevamento in gabbie sommerse (Pierce, et al., 2009), come nel caso dell’Orata (Sparus auratus) e del Branzino (Dicentrarchus labrax). Sono stati descritti casi particolari di specializzazione su astici ed è citato l’attacco nei confronti di tartarughe marine di dimensioni non troppo grandi. Il peso medio delle prede è indicato attorno ai 2.5 kg e la necessità giornaliera si stima attorno il 7.5% del peso del predatore (tra 12.5 e 25 kg per un soggetto adulto del peso di 250 kg). Le aree di alimentazione preferite sembrano essere costiere sebbene ampi spostamenti, coprendo lunghe distanze, siano possibili anche in mare aperto. Esistono testimonianze di movimenti al seguito di banchi di tonni e della presenza regolare di Foche in località ricche di pesce in quanto eutrofiche e poco profonde, come ad esempio alle foci del Danubio (Sergeant et. al, 1978; Johnson et al. 2006).

Le cavità preferite nelle zone soggette a disturbo sono caratterizzate tipicamente da uno o più accesi subacquei e dalla presenza di una spiaggia interna alla grotta; ma sarebbe la luminosità interna che deve almeno in parte essere presente per caratterizzare un buon sito riproduttivo, seguita dalla ridotta visibilità del sito e dalla profondità dell’ingresso subacqueo  (Dendrinos, et al., 2007). È stata un’opinione comune che la specie avrebbe abbandonato le località esposte per condurre una vita reclusa in grotte marine che offrono maggiore protezione a causa delle persecuzioni umane e del degrado del habitat (Johnson & Lavigne, 1999). Tale punto di vista rimane valido per i siti di alimentazione e, probabilmente, per i ritmi nictemerali ma, per quanto concerne i siti di riproduzione sembra che le grotte marine abbiano costituto fin dai tempi antichi gli habitat riproduttivi preferenziali, come dimostrato dai numerosi resti nella grotta marina di Bel Torrente nella Sardegna centro - orientale dove, 6500 anni fa, la colonia riproduttiva era stanziata per ben 800 m all’interno dell’imboccatura della grotta (De Waele, J., G.A. Brook, & A. Oertel, 2009). Anche nella colonia di Cabo Blanco in Mauretania, caratterizzata da un minor livello di disturbo e dove le foche passano la massima parte dell’attività terrestre sulle spiagge, la riproduzione avviene di norma all’interno di grotte o cavità (Layna, et al., 1999). Grotte che non hanno caratteristiche ottimali sono usate abitualmente come siti temporanei che sembra la specie utilizzi molto di frequente nei suoi continui spostamenti. Questi interessano specialmente maschi e individui giovani e sono dell’ordine di decine (forse anche centinaia) di chilometri.

Considerazioni finali.

l’Alto Adriatico, con la presenza di numerose grotte parzialmente sommerse formatesi per effetto del fenomeno carsico, quando il livello del mare era molto più basso, presenta abbondanza di habitat ideali per la sosta e la riproduzione della specie. Tale situazione dipende dall’incremento del livello del mare avvenuto nel corso del presente interglaciale, che ha portato alla sommersione degli ingressi di numerosissime cavità sotterranee, ivi incluse alcune collegate con il corso sotterraneo del Timavo (Reka in lingua slovena). Le recenti comparse della specie presso Duino, sebbene per ora da ritenersi evento raro ed accidentale, dimostrano comunque che almeno soggetti isolati possono avere visitato (e che potrebbero sempre più spesso visitare in futuro) il Golfo di Trieste tra Pirano e le foci del Tagliamento, avvalorando ulteriori osservazioni effettuate da pescatori o diportisti sino ad ora non sempre ritenute degne di fede. Va rilevato che anche la Costiera triestina, formata in parte da rocce calcaree carsificate, presenta numerosi siti idonei alla presenza della Foca monaca del Mediterraneo. I siti dove l’animale si ferma per sostare e riprodursi infatti sono sempre legati alla presenza di cavità in tutto l’areale di distribuzione conosciuto - dalla Mauritania al Mar Nero.

Conservazione.

Sembra che una maggiore attenzione relativamente alla tutela delle specie in pericolo abbia determinato un incremento recente di una popolazione relitta e sottostimata (da alcuni ritenuta già estinta) e/o la maggiore visibilità di soggetti in qualche modo divenuti meno diffidenti rispetto al recente passato. È possibile e, secondo il nostro giudizio, probabile, che ambedue i fattori citati abbiano giocato un ruolo di primaria rilevanza, in conseguenza della maggiore sensibilità dimostrata dall’opinione pubblica nei confronti delle problematiche di tutela delle specie in pericolo, ma anche per l’effetto delle norme (Direttiva Habitat n. 43/92) adottate nell’ambito degli Stati che già fanno parte dell’Unione Europea (Italia e Slovenia) e di quelli che si accingono in breve tempo ad aggiungersi (Croazia). In particolare il divieto di trasporto di armi da fuoco sulle imbarcazioni da pesca potrebbe essere determinante. E’ stato del resto dimostrato come in vari casi le foche in genere e la Foca monaca del mediterraneo in particolare, riescano talora a non farsi notare anche entro aree pesantemente antropizzate e adattarsi progressivamente, se non perseguitate, a situazioni di elevato disturbo antropico, ivi incluso l’incremento delle imbarcazioni mercantili, da pesca o da diporto (Coppola, E., 2006). Secondo una ipotesi di recente formulata (Walter de Walderstein, com. pers.), siti idonei al riposo, specie in ore diurne, potrebbero essere rappresentati, potenzialmente, da vaste banchine artificiali su pali e altre analoghe strutture costruite dall’uomo che, ad esempio nel Golfo di Trieste, si riscontrano in aree portuali. Comportamenti simili sono stati riscontrati in Turchia e, recentemente, in Israele dove la specie è stata avvistata in zone fortemente antropizzate (Gucu, A. J. com. pers.). I dati disponibili in bibliografia, del resto, indicano come la specie di cui si tratta si alimenti volentieri di specie bentoniche anche in zone con bassi fondali, ivi inclusi gli estuari fluviali. L’esistenza di ampi tratti di costa ricchi di cibo lungo il margine esterno dell’ambito lagunare, dal Timavo al Tagliamento, non troppo lontani dalle coste calcaree provviste di grotte, potrebbero perciò avere giocato un ruolo non secondario nel processo di ricolonizzazione della specie apparentemente in corso. L’esistenza di una rete di aree costiere protette e di una migliore regolamentazione, specie per quanto concerne l’attività di pesca professionale, potrebbero rivelarsi perciò favorevoli ad un eventuale ritorno in forma più stabile e numerosa anche in zone da tempo, apparentemente, disertate e soggette ad un processo di crescente antropizzazione ma, per altri versi, ancora ricche di fonti alimentari e siti di rifugio sufficientemente idonei. [1]

Riassunto

Sono riportate alcune testimonianze che attestano la recente comparsa di esemplari di Foca monaca del Mediterraneo (Monachus monachus) nei pressi della Riserva naturale delle falesie di Duino, presso Trieste. La presenza storica e i dati recenti relativi a questa specie in pericolo critico d’estinzione sono altresì riassunti ed esposti, con particolare attenzione per le aree comprese nel Mare Adriatico (litorale istro-dalmato e Puglia) ed è evidenziata la diffusione di toponimi che si rifanno alla presenza antica della specie, in vario modo denominata a seconda delle lingue locali. La recente comparsa della specie nei pressi di Pola in Istria e nel Golfo di Trieste viene interpretata come il risultato di una maggiore sensibilità nei confronti della tutela di specie rare e in pericolo anche in relazione alle norme in vigore nell’ambito dell’Unione Europea. L’esistenza di una rete di aree protette e di una migliore regolamentazione, specie per quanto concerne l’attività di pesca professionale, potrebbero rivelarsi perciò favorevoli ad un eventuale ritorno anche in zone da tempo, apparentemente, disertate e soggette ad un processo di crescente antropizzazione ma, per altri versi, ancora ricche di fonti alimentari e siti di rifugio sufficientemente idonei.

Summary

Data and information attesting the recent appearance of specimens of the Mediterranean Monk seal (Monachus monachus) in the surroundings of the Duino Cliffs Nature Reserve, near Trieste, are reported. Historical and recent data about this critically endangered species are also summarized and presented, with particular focus on the areas included in the Adriatic Sea (Istrian-Dalmatian coast and Apulia), highlighting the diffusion of place-names that might refer to the ancient presence of the species, variously named according to the local languages as “Sea Bear”, “Sea Calf”, or even “Old Man of the Sea”. The recent surge of Monk seal sightings in the Istrian peninsula and in the Gulf of Trieste is interpreted by us as a result of a greater public awareness about protection of rare and endangered species enforced within the European Union. The existence of a network of protected areas and better regulation, particularly with regard to professional fishing, could help the gradual return into these now apparently deserted sites, still rich in trophic resources and suitable refuge places, although if they are subject to human disturbance.

Ringraziamenti.

Siamo in particolare grati agli autori degli avvistamenti  lungo la Costiera Triestina: Paola Alberi, Marco Lazzari, Gabriella Mazzalors, Isabella Stoppani, Riccardo Varisco. Ringraziamo inoltre Nicola Bressi del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste e William Johnson di Monachus Guardian, autore quest’ultimo di fondamentali e molto dettagliati lavori sulla specie, per le ulteriori informazioni. Un grazie va ad Ali Cemal Gucu per i dati forniti su Turchia e Israele. Siamo inoltre debitori quanto meno nei confronti di: Alessandro Fattori, Fulvio Tamaro, Fabio Merlini e Giuliano Zanchi per vari contatti e notizie, nonché di Roberto Basso del Museo di Storia Naturale di Jesolo per la puntuale sintesi sulla Puglia. Ringraziamo infine Jasna Antolović del Grupa Sredozemna Medvjedica di Zagabria ed Emanuele Coppola del Gruppo Foca Monaca per gli aggiornamenti e i commenti sulla situazione attuale, ma anche per il prezioso lavoro di conservazione svolto, in sinergia con un numero crescente di entusiasti collaboratori, tra cui specialmente Luigi Bundone, Giorgio Marcoaldi, Gianni Pecchiar e Marta Piccoli, a favore della Foca monaca del Mediterraneo.


Note:

[1] Per quanto riguarda il Friuli – Venezia Giulia appare opportuno e urgente l’inserimento della Foca monaca del Mediterraneo tra quelle (per ora: Orso, Lince e Lupo) i cui danni possono essere tempestivamente risarciti a cura della Amministrazione regionale, ai sensi della l.r. n. 6 del 2008 (art. 11).

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Fig. 8. Foto di Fabio Perco. Promontore - Rt Kamenjak, in Istria, a sud di Pola (HR)


Foto di Gianni Pecchiar a Kamenjak (Parco Nazionale) Promontore - Premantura a sud di Pola - Pula
Fig. 9. Foto di Gianni Pecchiar a Kamenjak (area naturale protetta), Promontore - Premantura a sud di Pola - Pula

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Fig. 11. Foto di Gianni Pecchiar a Kamenjak (Parco Nazionale), Promontore - Premantura a sud di Pola - Pula

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Fig. 13. Foto di Luigi Bundone: 26 febbraio 2010 - GFM, presso Capo Promontore - Premantura

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