Konrad Lorenz Forschungsstelle, Waldrappteam - Austria

di Fabio Perco





KLF (Konrad Lorenz Forschungsstelle / Gruenau - Austria) e “Waldrappteam”

Progetti di collaborazione nel settore delle indagini etologiche sperimentali.

E’ datata 1993 la prima visita effettuata dall’autore delle presenti note presso la Stazione di Ricerca Konrad Lorenz a Gruenau, nell’Alta Austria presso Linz. E’ stata in quella occasione avviata una fruttuosa collaborazione che tuttora continua, grazie ad un rapporto di amicizia e reciproca stima col Direttore di tale prestigioso istituto, Kurt Kotrschal. La stazione di ricerca in questione, va sottolineato, è quella fondata dal Governo Austriaco e dalla Università di Vienna al fine di ospitare, finalmente “in patria”, l’etologo di fama internazionale, insignito del premio Nobel assieme all’olandese Niko Timbergen, al cui ricordo l’istituzione è stata successivamente intitolata. K. Lorenz lavorava infatti in precedenza presso il Max Planck Institut di Monaco di Baviera e, essendo “costretto” al pensionamento, sembrava dovesse abbandonare i suoi studi a lungo termine sul comportamento delle oche, che lo avevano reso famoso assieme a tanti altri campi d’indagine, per mancanza di… materia Oche grigie foto K. Kravosprima: lo stormo di oche grigie “ferali” (il termine inglese indica popolazioni selvatiche originate da soggetti allevati e immessi in natura) da lui stesso fondato e basato su soggetti provenienti dal Neusiedlersee. Fortunatamente la disponibilità offerta dall’Austria a questa personalità di spessore mondiale, di poter proseguire la sua attività di ricerca “sul campo”, ha consentito anche il trasferimento del piccolo “stormo” di uccelli (di cui fu capostipite la famosa oca “Martina”) che Lorenz per lunghi anni aveva seguito in dettaglio e che portò infine alla pubblicazione della classica monografia “Ich bin hier vo bist du?”. Lavoro che riecheggia forse il libro più famoso di Lorenz, nel quale la chiave per la traduzione della lingua degli animali veniva in qualche modo fornita: “L’Anello di Re Salomone”. Dopo il decesso del grande etologo, avvenuto 27 febbraio del 1989, il suo posto venne assegnato dall’Università di Vienna a Kurt Kotrschal, allora fresco di studi condotti anche nell’ambito di prestigiose sedi universitarie negli Stati Uniti.

Se Lorenz fu uno dei massimi esponenti della etologia delle origini, in parte basata su “intuizioni”, deduzioni e collegamenti possibili solo a seguito di una “vita in comune” con l’oggetto di indagine (la “gestalt” degli autori di lingua tedesca, “insight” per gli anglosassoni), Kotrschal rappresenta una decisa svolta verso l’etologia moderna, basata su rigorose sperimentazioni e la puntigliosa raccolta di dati, da elaborare poi con l’ausilio di opportuni metodi statistici. Critico per molti aspetti nei confronti del grande predecessore, il nuovo leader del KLF ne garantisce nonostante tutto la continuità, quanto meno per l’utilizzo di un approccio largamente sperimentale e “di campo”, piuttosto che limitato agli angusti ed asettici spazi del laboratorio.

Dall’incontro del 1993 con Kotrschal nacquero fondamentalmente due idee: la prima relativamente alla necessità di studiare popolazioni di Anser anser (e altre specie simili) anche in condizioni il più possibile “naturali”; preso atto della artificialità delle condizioni di vita della popolazione di Graugans (Oca grigia, alias “selvatica”, in lingua italiana: termine quest’ultimo alquanto fuorviante e impreciso) vivente sull’Almsee e dintorni, dove si trova la sede della KLF; la seconda rispetto all’ipotesi di interventi di salvaguardia della specie minacciata a livello mondiale Geronticus eremita (Ibis eremita o Waldrapp, in lingua tedesca: in inglese “Northern Bald Ibis”). Per quanto riguarda le oche ciò è stato in parte possibile (e molto lavoro potrà essere svolto in futuro), grazie all’esistenza della numerosa colonia di neo-formazione alla Cona.

Per l’Ibis eremita la storia è … più complessa. Nel 1999, dall’8 al 12 marzo, quasi casualmente, mi trovai nuovamente assieme a Kotrschal in occasione di un convegno internazionale tenutosi ad Agadir, in Marocco, dove le sorti di ciò che rimaneva a livello internazionale delle popolazioni di questa specie, “Critically Endangered” a livello mondiale per lo IUCN, viventi allo stato di naturale libertà (allora non più di circa 300 soggetti) rappresentarono per una intera settimana quasi l’unico argomento di discussione. L’altro tema, che appassionò una quarantina di persone di svariata provenienza, riguardava le varie ipotesi per iniziative di tutela, anche traendo vantaggio dall’esistenza di una
Hector - foto F. Percorelativamente numerosa popolazione esistente in cattività e distribuita nei vari zoo a livello mondiale. Nacque così, quasi per “generazione spontanea” (ma anche a seguito di una ipotesi di “Interreg”) l’idea di avviare un ambizioso progetto. Questo fu poi realizzato e portato avanti grazie alla iniziativa ed all’entusiasmo, ma anche alla caparbia dedizione, di Johannes Fritz che, lavorando col KLF e successivamente con l’EAZA (European Association Zoos and Aquariums) ed altri organismi di ricerca e conservazione, riprese le idee e le metodiche a suo tempo elaborate da Ellen Thaler (già direttrice dello AlpenZoo di Innsbruck) e a loro volta ispirate a quanto Konrad Gesner aveva lasciato scritto nel lontano 1555. Si tratta in sintesi di riprendere la prassi (anticamente praticata voluptatisque causa … per puro diletto) dell’allevamento a mano di vari pulcini di Ibis eremita, in modo da poterli seguire anche sul campo, studiandone da vicino ed intimamente il comportamento, ivi incluso quello sociale. Si dimostra che la “malimpronta” derivante da un apprendimento precoce in fase sensibile (imprinting), che identificherebbe i soggetti allevati a mano nella specie del genitore adottivo (l’uomo), non si verifica o, quanto meno, non ha effetti tali da impedire una normale vita di stormo e la futura riproduzione. D’altro canto, il fatto che l’uomo non sia interpretato come una specie aliena o ostile da parte dei giovani ibis consente la realizzazione di quella “intima vita in comune” proposta da Lorenz come fondamentale strategia per conoscere a fondo aspetti e problemi della complessa psicologia di una specie oggetto di studio.

Dall’allevamento a mano, condotto da una serie di assistenti, all’idea di insegnare ai giovani ibis anche una nuova rotta di migrazione, il passo è breve. Si tratta in tal caso di ripristinare sperimentalmente il comportamento migratorio che deve essere avvenuto per secoli tra l’arco alpino (siti riproduttivi) e più o meno remote e tuttora incognite zone mediterranee di svernamento. Lo scopo non è quello di realizzare una “reintroduzione” ma di verificare, semmai, le opportunità ed i limiti per un progetto futuro di tale natura. I singoli soggetti, infatti, sono tutti marcati (molti anche con radio trasmittenti), individualmente seguiti ed oggetto di un accurato protocollo di raccolta dati che prevede la loro frequente ripresa e manipolazione. Obiettivo della sperimentazione è anche quello di verificare se l’apprendimento di una rotta migratoria del tutto nuova, in quanto arbitrariamente scelta dagli sperimentatori (allo stato attuale dal Danubio presso Linz alla Toscana) possa sostituire o sovrapporsi, in tutto e per tutto, sulle conoscenze geneticamente fissate che ciascun soggetto conserva immagazzinate nel proprio cervello. Nel caso in discussione si da per scontato che i soggetti con i quali si opera, discendenti della popolazione algerina di Ibis eremita (oggi estinta in libertà), sopravvissuti e propagati nei giardini zoologici, non appartengano a una popolazione realmente “migratrice” neppure in origine e che quindi, nel loro caso almeno, le conoscenze innate non possano svolgere un ruolo rilevante per quanto attiene alcuna rotta prefissata. Di interesse è d’altronde il meccanismo di apprendimento che si baserebbe su almeno due punti di riferimento: il comportamento sociale di uno stormo che segue i “genitori” nei loro viaggi per e da i siti di svernamento e riproduzione e i meccanismi di memorizzazione di una peculiare rotta. Se per il primo punto si è ormai appurato giocare un ruolo rilevante, ancora una volta, una fase di apprendimento precoce (il primo lungo trasferimento al seguito di soggetti guida), per il secondo rimangono molti dubbi e le varie ipotesi possibili, non sempre tra loro in contrasto, rimangono aperte e in attesa di ulteriori chiarimenti: capacità di apprendimento visivo (mappa mentale delle aree percorse; posizione relativa del sole, luce polarizzata), sensibilità al campo magnetico e via dicendo.

Si veda anche la sezione: Articoli e pubblicazioni.

 




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